My English Wanderlust

by Elena Cavina

"Impara l'inglese e vivi il mondo. Itinerari su misura per te"

Riyadh, mosque in the '80s

Riyadh negli anni ’80: la mia infanzia nell’Arabia Saudita che non esiste più

La capitale saudita prima dell’apertura al turismo internazionale: il mio racconto.

Ero molto dubbiosa se accingermi a scrivere un articolo su Riyadh. Non perché mancassero i ricordi, né perché il tempo li abbia sbiaditi. Al contrario: dopo oltre quarant’anni sono ancora incredibilmente nitidi, impressi nella mia mente come fotografie.

Il dubbio era un altro. Mi chiedevo se un’esperienza così personale, vissuta in un paese che solo recentemente si è aperto al mondo, potesse davvero interessare qualcuno.

Perché questo non è un articolo di viaggio. Non è un itinerario e nemmeno una guida sull’Arabia Saudita. Non potrebbe esserlo neppure volendo. Negli anni ’80 fotografare edifici, strade, moschee o luoghi pubblici era severamente proibito. A parte qualche fotografia nel deserto e foto scattate dall’auto, di quel periodo conservo pochissime immagini.

Quello che voglio raccontare è cosa significasse davvero vivere da espatriata nel Middle East, e in particolare in uno dei paesi islamici più chiusi e isolati del mondo.

Un paese rigidissimo

L’Arabia Saudita degli anni ’80 era un paese in cui si entrava esclusivamente con un visto lavorativo. Il turismo semplicemente non esisteva.

Non esistevano cinema, bar, concerti, locali o forme di intrattenimento pubblico come le intendiamo oggi. La vita sociale bisognava inventarsela.

Gli espatriati organizzavano feste private, ritrovi nei compound, cene in casa o pomeriggi in piscina. Ripensandoci oggi, la vita sociale tra adulti e bambini era incredibilmente intensa! Tutto rigorosamente alcohol free, ovviamente. Cercare di introdurre alcolici nel paese era considerato una follia e nessuno sano di mente avrebbe osato sfidare la sorte.

Le donne saudite uscivano completamente coperte. Alle straniere veniva generalmente richiesto “solo” di indossare l’abaya, la lunga tunica nera. Durante il Ramadan, però, anche le straniere dovevano coprirsi i capelli e non era raro vedere i mutawa — la polizia religiosa — richiamare le donne occidentali considerate troppo “ribelli” con le loro canne di legno.

Anche andare al ristorante era completamente diverso da ciò a cui siamo abituati. I ristoranti, quasi sempre situati negli hotel internazionali, avevano sale “family corner” e aree “men only”. Uscire a cena con amici uomini e donne insieme era praticamente impossibile in quanto considerato inappropriato: o si andava con la propria famiglia oppure erano ammessi soltanto gruppi maschili.

E poi c’era la dogana saudita. Ancora oggi ricordo l’ansia che saliva poco prima dell’atterraggio. Gli agenti sauditi, austeri e impassibili nelle loro tuniche bianche, controllavano ogni valigia in modo severissimo. Aprivano beauty case, tasche, vestiti, rovistavano ovunque. Una volta tentarono persino di confiscare una lampada decorativa dal volto femminile. Alla fine non la sequestrarono, ma cercarono di distruggerne il viso.

Oggi sembra assurdo, ma nell’Arabia Saudita degli anni ’80 anche oggetti apparentemente innocui potevano essere considerati contrari alla rigidissima morale religiosa del paese.

Crescere fra cinquanta nazionalità

Eppure, nonostante tutto, Riyadh è stata casa mia per cinque anni. Ed è lì che sono cresciuta.

Oggi appartengo a quella categoria chiamata “Adult Third Culture Kid”: adulti che hanno trascorso parte dell’infanzia in un paese diverso da quello d’origine dei propri genitori. Quando cresci in un ambiente internazionale, sviluppi inevitabilmente un’identità particolare. Non appartieni completamente né al tuo paese di origine né a quello in cui vivi. Nasce così una sorta di “terza cultura”, condivisa da chi ha vissuto esperienze simili.

La mia scuola al tempo chiamata SAIS-R (Saudi Arabian International School-Riyadh) contava oltre 2.500 studenti e più di 50 nazionalità. In classe era normalissimo sentire parlare dieci lingue diverse, sedersi accanto a una bambina giapponese che offriva cavallette essiccate per pranzo o a una compagna coreana che insegnava a contare fino a dieci nella sua lingua. L’inglese era la lingua comune e il curriculum scolastico era americano, ma la vera lezione era quella umana.

A Riyadh ho imparato a vivere senza pregiudizi. Ho imparato che le differenze culturali non sono barriere, ma possibilità. Ho imparato il rispetto per usanze, religioni e mentalità diverse dalla mia.

Quell’esperienza mi ha lasciato una capacità di adattamento quasi camaleontica e una visione estremamente aperta del mondo. Certo, mi ha lasciato anche un costante senso di sradicamento e la difficoltà di definire davvero cosa significhi “casa”, anche nel mio paese di origine. Ma è stato un prezzo che è valso la pena pagare.

Il vento caldo, i souk e il richiamo del muezzin

Se chiudo gli occhi ricordo ancora tutto.

Ricordo la sabbia dorata e il calore secco che ti investiva appena uscita dall’aeroporto. Quel vento caldo del deserto che ogni volta sembrava darmi il benvenuto.

Ricordo i souk, l’odore intenso dell’incenso mescolato a quello dello shawarma, il vero shawarma arabo, mangiato a bordo piscina il venerdì — che per noi era il giorno festivo.

Ricordo l’aria fresca e silenziosa del centro commerciale Al Akariya, dove l’unico rumore era quello della fontana centrale.

E ricordo perfettamente i negozi che chiudevano improvvisamente quando il muezzin iniziava il richiamo alla preghiera. Tutto si fermava. Le persone sparivano nel giro di pochi minuti e la città sembrava sospendersi. Molti turisti che visitano paesi musulmani trovano quel canto inquietante. Io invece l’ho sempre amato. Ancora oggi mi trasmette una strana sensazione di pace e tranquillità.

Le dune del deserto e i cammelli

Le gite nel deserto erano, per me, l’equivalente delle scampagnate al lago dei miei coetanei italiani.

Si partiva con almeno due auto cariche di viveri, sfidando ogni volta la possibilità di imbattersi in una tempesta di sabbia. Passavamo intere giornate sulle dune dorate che al tramonto diventavano rosse. Giocavamo, scattavamo fotografie, ci rotolavamo nella sabbia circondati dal nulla e dal silenzio assoluto. Ancora oggi penso che fosse qualcosa di impagabile.

E poi c’erano i cammelli, i miei animali preferiti. Non serviva nemmeno allontanarsi troppo per incontrarli: spesso passeggiavano tranquillamente vicino al compound oppure venivano trasportati sul retro dei pickup.

Diriyah prima del turismo

Negli anni ’80 una delle poche vere “attrazioni” nei dintorni di Riyadh era Diriyah, l’antica capitale saudita.

Oggi so che è stata completamente trasformata in un enorme polo turistico e culturale di lusso, ma allora era un sito quasi abbandonato, fatto di rovine di fango erose dal tempo. Non c’erano biglietti d’ingresso, ristoranti o percorsi turistici. Si camminava semplicemente tra edifici crollati e vallate ancora rurali.

Ci andavamo spesso quando volevamo qualcosa di diverso dal classico picnic nel deserto. Da bambina mi sembrava di vivere dentro un film di archeologia.

La vita nei compound

Ripensandoci oggi, la vita nei compound aveva qualcosa di completamente irreale.

I compound erano quartieri residenziali riservati agli stranieri. I sauditi potevano accedervi solo come ospiti delle famiglie residenti. Spesso si trovavano lontani dal centro città, immersi quasi nel deserto.” All’interno si viveva in una sorta di microcosmo occidentale. Per me significava sole, piscina e libertà praticamente tutto l’anno.

La mattina prendevo lo school bus arancione del compound e dopo circa quaranta minuti arrivavo a scuola. Al ritorno, qualche compito veloce e poi via: pomeriggi interi in piscina o in bicicletta con le amiche austriache, americane, cinesi o svedesi.

Solo quando il caldo diventava davvero eccessivo si pensava di stare in casa. Ma onestamente non ho molti ricordi di pomeriggi passati al chiuso.

In città si andava solitamente una volta a settimana. Ogni tanto ci si coccolava con un “brunch” magari all’Intercontinental, poi si faceva la spesa, si girava per i souk — soprattutto quello dell’oro, che ricordo ancora benissimo — e poi immancabile tappa al mitico “747”, il negozio di cassette e dischi da cui nasce gran parte della mia cultura musicale anni ’80.

Riyadh non era una città da vivere passeggiando. C’erano luoghi specifici dove andare, e basta.

Il weekend saudita cadeva il giovedì e venerdì, e ogni occasione era buona per organizzare feste: compleanni, Halloween, Carnevale, pool party o semplici cene fra famiglie.

Una vita reale o una bolla?

Solo crescendo ho capito quanto la vita degli espatriati fosse distante dalla realtà saudita. Vivevamo in una sorta di bolla parallela.

Le restrizioni, la rigidità religiosa, la condizione femminile e le leggi severissime del paese esistevano eccome, ma spesso ci sfioravano soltanto. La comunità internazionale finiva quasi per sovrastare quella locale.

Noi bambini vivevamo tutto con leggerezza. Solo da adulti si comprende davvero la complessità del contesto in cui si stava vivendo. Sapevo che esisteva una piazza dove il venerdì avvenivano le esecuzioni pubbliche, ma nella mia mente di bambina quella realtà apparteneva a un universo distante anni luce dalla vita che conducevamo nei compound.

La fiaba delle “Mille e una notte”

C’è però un ultimo ricordo che rende quegli anni ancora più surreali.

Mia mamma è artista e insegnava arte nella scuola italiana di Riyadh. Un giorno le venne proposta per caso la possibilità di dare lezioni private ad alcune bambine appartenenti alla famiglia reale saudita e alla loro mamma.

Ricordo ancora i venerdì mattina trascorsi nei palazzi reali. La luce che si rifletteva sulle pareti di pietra bianca. Le piscine silenziose. Gli elegantissimi inservienti che apparivano in lontananza. Gli interni sfarzosi pieni di tessuti preziosi, argenti e dettagli che sembravano usciti da una fiaba orientale.

E poi le feste serali a bordo piscina sotto il cielo stellato del deserto. Catering incredibili, musica, giochi per bambini e membri della famiglia reale ovunque. Noi eravamo tra i pochissimi europei invitati: insegnanti privati, tutor e nanny inglesi. Per una bambina occidentale come me era come vivere dentro “Le Mille e una Notte”.

Riyadh oggi

Sono tornata in Italia nel 1990, poco prima dello scoppio della Guerra del Golfo. Il rientro fu uno shock culturale non indifferente.

Per anni ho sognato di tornare a Riyadh. Cinque anni, per una bambina, sono un’eternità. Eppure non è mai stato possibile: il turismo nel regno saudita non esisteva ancora.

Quando finalmente l’Arabia Saudita ha aperto al turismo internazionale, nel 2019, pensavo che sarei salita sul primo aereo. Poi è arrivato il Covid e tutto si è fermato.

Nel frattempo Riyadh è cambiata completamente. Leggo di metropolitane futuristiche, grattacieli, enormi progetti urbanistici e trasformazioni che la stanno rendendo una metropoli globale. E forse è proprio questo che mi spaventa.

Per ora preferisco conservare il ricordo della “mia” Arabia: un paese duro e affascinante, isolato dal turismo, pieno di contraddizioni e incredibilmente lontano dal mondo occidentale.

Un giorno, magari, troverò il coraggio di tornare. E forse allora potrò raccontare anche la nuova Arabia Saudita.

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