C’è un momento preciso in cui ogni italiano all’estero sente il bisogno irrefrenabile di trasformarsi in critico gastronomico di fama mondiale. Succede di solito dopo circa 15 minuti dall’atterraggio. Qualcuno assaggia un pasto mediocre in una mensa scolastica nella periferia di Londra, alza gli occhi al cielo e pronuncia la sentenza definitiva:
“Eh no, in Inghilterra si mangia proprio male.”
Fine. L’intera tradizione culinaria britannica viene condannata sulla base di una porzione di patate tiepide servita a venti adolescenti urlanti in vacanza studio.
La cosa mi ha sempre fatto sorridere. Perché, seguendo lo stesso metodo scientifico, uno straniero potrebbe mangiare una pasta scotta in una mensa qualunque vicino a Milano e concludere che la cucina italiana sia una gigantesca truffa internazionale.
Da chi ci ha vissuto
Avendo vissuto parte della mia vita fuori dall’Italia, il mio palato ha presto imparato una verità semplice: il mondo non gira tutto attorno a pomodoro, parmigiano e olio extravergine. E così ho scoperto un’altra verità, quasi scandalosa: nei pub tradizionali inglesi si può mangiare molto bene.
No, non vivono esclusivamente di fish & chips e pioggerella triste.
Esiste un intero universo di pies fumanti, arrosti della domenica, gravy preparati secondo tradizione, dolci improbabili ma irresistibili e quel meraviglioso concetto britannico chiamato comfort food: cibo che non vuole sbalordire, serve a salvarti da pioggia, vento e crisi esistenziali.
E forse il vero problema è proprio questo: molti italiani visitano l’Inghilterra aspettandosi l’Italia. Poi scoprono che in un pub dello Yorkshire non servono spaghetti alle vongole e ne restano profondamente turbati.
Questo blog nasce anche da lì: dal desiderio di raccontare i viaggi senza il commento automatico del “eh però da noi…”. Perché a volte basta entrare nel pub giusto, ordinare qualcosa senza pregiudizi e accettare che il mondo non giri esclusivamente attorno alla pasta al pomodoro.

Quando smetti di cercare gli spaghetti ovunque
La differenza, forse, è che l’Inghilterra non l’ho conosciuta durante una vacanza studio di due settimane. Ci ho vissuto. E vivere in un paese cambia completamente il modo in cui lo guardi. Dopo un po’ smetti di cercare ossessivamente un posto che faccia la pasta “come in Italia” e inizi a mangiare come mangiano le persone che vivono lì.
È in quel momento che scopri il vero pub inglese. Non quello turistico con il menu plastificato in sei lingue e la foto del fish & chips in copertina. Quello frequentato dalla gente del posto, con il camino acceso d’inverno e con il menu del giorno scritto su una lavagna nera quasi illeggibile.
Ed è lì che capisci una cosa molto semplice: gli inglesi magari non avranno trasformato il cibo in una religione nazionale come abbiamo fatto noi italiani… ma sanno perfettamente cosa significhi mangiare bene. A modo loro, certo.
La cucina britannica non cerca effetti speciali. Vuole essere calda e sostanziosa. È pensata per accompagnare una pinta di birra dopo il lavoro — o, nel mio caso, un cider, visto che la birra non mi è mai piaciuta — oppure una domenica piovosa o una serata passata a parlare per ore al pub.
Ed è probabilmente questo il dettaglio che molti italiani non colgono: giudicano la cucina inglese usando parametri completamente italiani.
È un po’ come lamentarsi che in Giappone mangiano troppo riso o che in India usano troppe spezie. A un certo punto bisogna accettare che il mondo abbia sviluppato culture culinarie diverse dalla nostra — e che non tutto debba necessariamente rispecchiare i nostri canoni di gusto.
Ma quindi cosa ordinare in un pub?
Partiamo dal primo punto: entrare in un pub nel Regno Unito e ordinare solo fish & chips è un po’ come andare in Italia e chiedere sempre pasta al pomodoro. Può andare bene certo, ma ti stai perdendo tutto il resto.
Il vero mondo dei pub si apre quando inizi a prendere confidenza con il menu.
Piatti tradizionali
C’è la steak & ale pie, che è praticamente uno spezzatino racchiuso in una crosta di pasta. Poi c’è il Sunday roast, che non è un piatto ma un rito nazionale: carne, patate, verdure e gravy in quantità industriali, di solito consumato entro le 15.00/16.00 della domenica. E qui vale una regola non scritta: non provate nemmeno a cercarlo la domenica sera, rischiereste seriamente di rimanere delusi.
Poi arriva la shepherd’s pie, che scopri essere inspiegabilmente più buona e confortante di quanto un trito di carne coperto da purè possa sembrare all’apparenza.
E poi c’è il fish & chips, il grande classico nazionale che non tradisce mai, anche se devo ammettere che, per quanto iconico, non è tra i miei preferiti.


Il mondo nel pub
Ma la cosa davvero interessante è che nei pub inglesi trovi anche piatti che non sono “tradizionalmente inglesi”… ma lo sono diventati per diritto.
Le “lasagne”, per esempio, che in realtà sono una creazione parallela alla nostra, spesso servite con garlic bread e insalata come se fosse una scelta perfettamente logica. E sorprendentemente: sono buonissime, ma bisogna accettare che non abbiano nulla a che fare con le lasagne.
Poi ci sono i curries, arrivati dall’India e adottati con tale entusiasmo da essere ormai parte stabile del DNA gastronomico britannico. E i wraps e tortillas con ripieni vari, che probabilmente hanno fatto il giro del mondo prima di finire su un menu da pub.
Non mancano le soup of the day, che in Inghilterra sono quasi una certezza misteriosa: non sai mai cosa troverai, ma ti fidi.



I puddings non sono desserts
E poi i dolci. Qui bisogna fermarsi un attimo. I puddings non sono semplicemente “dessert”. Sono un’altra categoria mentale.
Non sono eleganti e leggeri sorbetti per chiudere il pasto, ma piatti caldi, spesso accompagnati con gelato o custard, morbidi, molto dolci, pensati per il comfort totale: sticky toffee pudding, apple crumble, sponge… cose che sono lì per ricordarti che, tutto sommato, la giornata non è andata così male.

Differenze nel mondo del bere
E già che siamo in tema di dettagli culturali, una menzione speciale va ai bicchieri di vino.
Dimenticate gli “assaggi”. Nei pub inglesi il vino arriva in bicchieri pieni. Senza quel senso di “sto solo verificando se mi piace”. In Italia invece, quando mi arriva il vino, lo guardo e penso: “ma io avevo ordinato un bicchiere, non una degustazione”. E a quel punto bere acqua diventa decisamente un po’ triste.
E alla fine, forse, il punto è proprio questo: viaggiare non significa trovare ovunque ciò che già conosciamo, ma accettare che altrove le cose funzionino in modo diverso. A volte meglio, a volte peggio, ma quasi mai come ce le immaginiamo prima di partire. Viaggiare è anche questo: sedersi, ordinare qualcosa che non conosci e vedere cosa ti arriva.

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